“Mi sei mancato, Jamal...”
“Anche tu mi sei mancata, piccola amica...”
Jamal la stringe forte a sé e fa sì che la schiena di lei prema sul suo petto ampio e teso. Con il braccio sinistro le cinge completamente le spalle, le labbra secche scivolano sui suoi capelli e poi verso la sua nuca, mentre lei riesce a sentire il respiro caldo dell'uomo sulla pelle. Circondata da lui, sembra quasi sparire in quel leggero odore di sudore che le fa ricordare, come in un sogno, cosa significhi stare accanto ad un uomo in carne e ossa. Vivo. In parte stesi, in parte seduti sul letto, hanno assunto una posizione confusa ma decisamente naturale.
Lei deglutisce e tiene le mani strette attorno al braccio dell’uomo che la trattiene a sé. Lo sguardo inumano, denso di quel nero che il tempo aveva offuscato, ha recuperato una scintilla che viene a stento domata.
“Cosa mi sono persa?”
“Un sacco di cose.”
“Dicevano che eri morto, Ghostie…”
“Lo sono stato, per un po’…”
Sam continua a respirare in modo cauto o controllato, anche quando il vecchio amico le fa scivolare sulle labbra un panno umido. Spalanca gli occhi, ma non vede niente che non sia il completo buio in cui è abituata a dormire. Fuori dal suo appartamento dovrebbero esserci le guardie. Forse li hanno sentiti.
“Ti senti stanca?”
Ora gli occhi li chiude, la voce di Jamal non le è mai sembrata più suadente, il contatto con una persona mai così caldo. Prova a non respirare e si agita, per un po’, mentre lui le preme dolcemente quel panno sulla bocca e sul naso.
Poi chiude gli occhi e si abbandona al suo abbraccio tiepido e rassicurante. E’ un sonno pesante, e senza incubi. Un sonno in cui non riusciva a calare, ormai, da un anno e mezzo.
Jamal fa scivolare il fazzoletto imbevuto di cloroformio in tasca e il coltello dietro la schiena, lasciando Sam stesa sul letto.
Si avvicina alla finestra, finisce di spalancarla e quindi si affaccia, facendo due larghi gesti con le braccia, coordinati. Monta gli appigli agli stipiti della finestra, gettando poi verso la corda del kit da arrampicatore della BMT, impossibile da trovare in commercio e ormai raro anche al mercato nero. Lui e la sua gigantesca mole fanno da contrappeso, o forse da traino: lentamente ma con costanza tira su un peso infimo per la sua forza. E’ un’orientale giovane, tesa, a cui porge una mano e che tira su con uno strattone.
Lei incespica, sbatte un piede e stringe i denti per non lamentarsi ad alta voce. Prende una torcia e la accende, puntandola su Sam. La fa scorrere sulle sue gambe, sulle braccia, le tocca e le volta il viso alzandole poi una palpebra per studiarne l’occhio. Quindi, con un sospiro, fa un passo indietro e si rimette dritta, concentrandosi. Diventa più pallida, sente con un certo fastidio le sue ossa farsi leggermente più corte e leggermente più spesse, il suo viso cambiare, una cicatrice aprirsi già rimarginata sulla guancia destra. Gli occhi, la parte più difficile, riescono imperfetti ai primi due tentativi, e solo al terzo assumono una profondità credibile.
L’uomo si avvicina al letto e raccoglie delicatamente Sam, mettendosi in piedi e caricandosela addosso con la stessa dolcezza che si usa con un neonato. Ayame Kojima lo aiuta ad indossare l’imbracatura e a legarsi addosso Sam Creed. Lui guarda il capo degli ex ribelli mutanti, poi la sua copia. Storce le labbra, e mormora poche parole prima di calarsi dalla finestra.
“Non le somigli affatto, sweetheart.”
* * *
Da: amministrazione centrale
A: Will Fiumevento
Oggetto: Congedo anticipato
Gentile mr. Fiumevento,
Il Governo dei Nuovi Stati Uniti d’America la ringrazia per il lavoro che ha costantemente svolto al servizio della libera informazione e della costituzione dell’Organo Centrale d’Informazione. Siamo lieti di informarla che i suoi servigi non sono più richiesti, e che il Governo ha deciso di regalarle una residenza nel New Jersey, dove potrà godere di tutti i benefici della sua lauta pensione.
Il Governo le consiglia, inoltre, di tenersi lontano da New York per questioni riguardanti la sua stessa sicurezza.
Segreteria dell’Amministrazione Centrale
* * *
L’hanno drogata.
Ne ha la totale certezza, altrimenti non vedrebbe ciò che sta vedendo. Chiude gli occhi cercando di ignorare i suoni che le sfiorano le orecchie. Niente di ciò che vedo e sento è reale, pensa. Niente di ciò che vedo e sento è reale. Devo pensare alla realtà, devo pensare razionalmente, devo restare concentrata.
Spalanca bruscamente gli occhi quando il rumore di una porta sbattuta la fa sobbalzare. Si guarda attorno nervosamente, col respiro sospeso, mentre cerca la fonte di quel rumore, ma chiude di nuovo gli occhi quando sente una risata femminile e feroce che conosce fin troppo bene o che, almeno, conosceva.
Poi una luce forte e le pupille le si riducono a due spilli, confusamente cerca di mettere a fuoco la sagoma dell’uomo che si dirige verso di lei. Un uomo da un tratto insolito, illuminato da una luce leggera che sembra naturale, calda. Lei punta i piedi a terra e, quando lo riconosce, si lancia in avanti contro di lui, ruggendo. Inciampa prima di raggiungerlo, accorgendosi solo in quel momento di avere un piede incatenato a terra. Le lacrimano gli occhi, una reazione fisiologica a tutta quella luce, a tutta quella rabbia. Schiude le labbra ma si sente decisamente troppo confusa per riuscire ad articolare qualsiasi suono.
Lui si siede di fronte a lei, la guarda dall’alto verso il basso con uno sguardo indecifrabile, assente. Come se neanche la vedesse.
“Sam Creed.”
Dice solamente, la voce soffusa e atona. Sembra quasi gli sia scivolato involontariamente tra le labbra chiare e lucenti. Sembra il cazzo di spot di un bagnoschiuma, pensa Sam Creed, e si sorprende di riuscire a formulare un pensiero tanto complesso in quelle condizioni.
“Quando andrò via. Vi farò uccidere tutti, Stansfield…” mormora, e la voce le si aggrappa nella gola facendole male come carta vetrata.
“Non penso che andrai via”.
“Vai all’inferno, sei più fulminato di me… cosa diavolo mi avete dato?”
Leon Stansfield tace, la guarda come si guarda un curioso insetto di cui non si capisce la traiettoria, la logica.
“DIMMI COSA!”
“La stessa cosa che l’MCU usò per la strage della Scuola, Blast.”
La voce viene da dietro di Leon, ma Sam Creed ha difficoltà a riconoscerla, almeno finché non si accorge di come quel viso scuro sia illuminato da due occhi di un verde abbagliante e innaturale.
Jamal Williams, dritto dall’inferno, si siede e la guarda dall’alto verso il basso, con una marziale durezza in ogni gesto. Fu un soldato, una volta, e fu anche un umano. Ora quei tempi sembrano tanto lontani che il mutato a stento riesce a ricordarli.
“Presto il nostro mutaforma verrà scoperto, Blast, per cui ti farò le domande una sola volta. Dopodichè farò il necessario per ottenere le risposte. Immagino tu conosca già Leon Stansfield – è serio, la sua voce non ha sbalzi – Stansfield ha imparato anche lui a controllare l’energia, in un certo senso. A spostarla, ad accumularla in determinati posti. E a toglierla”.
Jamal sposta lo sguardo su Leon e gli fa un cenno. Leon sbatte le palpebre, ruota il capo verso Sam Creed. Quel corpo giovane e teso si contorce e geme per il dolore della debolezza, così improvvisa, così brutale.
Jamal fa un altro cenno a Leon. Leon sbatte le palpebre, Sam Creed sente le sue seppur vaghe forze fare ritorno.
“La domanda è questa: abbiamo intercettato le comunicazioni che hai con i laboratori del Nuovo Governo, sappiamo che tutte le risorse sono concentrate su un unico progetto, che viene chiamato nei vostri fascicoli ‘Safeport’”
Sam Creed sorride, ricordando in quello stato di atavico malessere quando ancora Safeport significava Porto Sicuro, e veniva pronunciato dalla sua gente con la speranza che diventasse un giorno il rifugio di ogni mutante libero.
“Cosa prevede ‘Safeport’, Blast? Perché tutte le vostre risorse stanno andando a finire là?”
Sam Creed sorride, un sorriso che le viene strappato dalle labbra dalla sensazione di morire, per qualche secondo, riportata poi alla normalità da un Leon che la osserva con l’interesse scientifico con cui si guarderebbe una cavia. Si chiede com’è morire, Stansfield, ormai distante mille miglia dalla percezione di se stesso che aveva un tempo.
“Sarà una lunga notte, Jamal.” promette lei con la voce roca e addolorata, pronta a sentire sulla propria pelle tutto il dolore che nessuno ha mai osato restituirle.
* * *
Anja guarda Blast, Blast guarda il pavimento, sulla soglia di una porta che ha aperto a stento, per affacciarsi dopo le numerose insistenze della sua compagna.
“Soul, stai bene? Mi hanno detto che hai cancellato tutti i tuoi impegni di oggi…”
“Si… si… - Ayame fissa le mattonelle, le mattonelle restano al loro posto – niente di grave, ma oggi non me la sento di fare molto… ho rimandato…”
Anja la scruta da capo a piedi, cercando tracce di malattia. E’ più pallida del solito, forse, e il suo accento, il suo accento è diventato più dolce.
“Okay. Vuoi che ti faccio compagnia? Ti serve qualcosa?”
“No, no… grazie.”
“Ti lascio sola allora...”
“Okay, grazie.”
Ayame inizia a richiudere la porta, ma Anja la ferma, rivolgendole un sorriso tenue e incoraggiante. “ehi Soul. Il prossimo anno…” e si ferma, aspettando che lei le risponda.
Ayame emula il medesimo sorriso, schiude le labbra e ripete, dando segno d’aver capito: “si, il prossimo anno, Anja.”
Il volto di Anja Jarldottir torna serio, truce. Ogni suo muscolo si tende e la mano che prima teneva sulla porta viene spinta in avanti, spiazzando Ayame che indietreggia, disorientata. Anja non riconosce quello sguardo, stringe il pugno e carica il braccio, schiantando un colpo sulla faccia dell’unica persona a cui ha giurato di restare fedele fino alla morte. L’orientale si accascia, stordita, ignorando di essere l’elemento sacrificabile di un piano ad un costo altissimo.
Anja la guarda dall’alto verso il basso, con disprezzo.
“Non le somigli affatto, sweetheart.”
* * *
“Mi staranno cercando, lo sai?”
“Nessuno sa che sei qui, tranne noi. E neanche tu sai dove sei.”
“Come hai fatto?”
“A fare cosa?”
“A sopravvivere. Come hai fatto?”
La voce di lei è incerta, amara come non mai in quel dolore pieno di smarrimento e di bestemmie non pronunciate. Confusa sotto gli occhi distanti e vigili di Leon Stansfield, lentamente sta provando a focalizzare in che modo riesca a farla sentire così vicina a morire, e un attimo dopo a darle sollievo, respiro. Veicola l’energia nel suo corpo, un diverso tipo d’energia da quella che normalmente riesce a percepire e a manipolare lei: lui gioca con la sua energia vitale. Con la sua Energia, e basta, strappandogliela via all’improvviso per farla sentire debole, tanto debole da avere gli occhi troppo secchi per piangere.
In uno dei rari attimi di sollievo, però, parla. Parla sapendo che non avrà modo di ripetere quelle domande. Parla con la spontaneità di un condannato a morte che non avrà tempo per pentirsi, parla. E chiede.
“Come hai fatto a sopravvivere, Jamal?”
“Non sono sopravvissuto, te l’ho detto. Sono stato morto, per un po’. Poi ero di nuovo vivo. Non so come.”
“Com’è stato… morire?” lo sforzo nel parlare è più che sensibile in quella voce roca e trascinata come non mai.
“Non me lo ricordo. Ma ricordo com’è stato tornare in vita”.
“Come…?”
”Duro. Doloroso anche nei movimenti minimi: respirare, il cuore che pompava il sangue nelle vene. Faceva male tutto, un male atroce. Ma almeno non ricordavo niente. Ricordare è stata la parte peggiore. E di tutti i ricordi, Sam, il più terribile è stato il tuo”.
“…”
“Non capisci? E’ stato come rivivere tutto daccapo. Il sogno delle Kahiwa. Il desiderio di avere una patria, una casa, un governo giusto. E poi man mano iniziare a ricordare in cosa si era trasformato tutto questo.”
“In… in cosa…?”
“In un regime, Sam. Hai preso il sogno in cui avevi fatto credere tutti noi, l’hai trasformato e ci hai fatto credere di nuovo che fosse la stessa cosa. E noi ti abbiamo creduto, perché ci hai insegnato a farlo. Perché ci fidavamo di te. Ma da quando Marv è morto…”
Lei geme con rabbia, urlando quasi per non ascoltare. Lui alza la voce, ostinato, e le sue parole s’impongono come le mani di un aggressore.
“Da quando Marv è morto tu non sei più la stessa. Sei diventata crudele, e spietata, hai dimenticato le promesse che ci avevi fatto. Hai dimenticato noi, te stessa. Hai allontanato l’unica persona che ti restasse, che ti ha vista crescere, che ti ha fatta crescere…”
“CI AVEVA TRADITI TUTTI!!!”
“Aveva capito dove stavi andando prima di chiunque altro.”
“ERA UN DEBOLE. NON AVEVO BISOGNO DI LUI!”, ruggisce con tutta la forza della collera.
“Si Sam, ne avevi bisogno. Cazzo, quanto ne avevi bisogno.”
“Io… mi fidavo di te…”
“Io no. Non più, comunque.” Quegli occhi verdi sembrano fari sulla pelle nero carbone.
Leon Stansfield la guarda, lei sa che sta per sbattere le palpebre e geme, e si ritira spingendosi contro il muro con le ginocchia che premono sul petto, nel tentativo di scomparire dentro se stessa.
“No, no, ti prego, fermo… ti… ti dico una cosa, te la dico…”
Jamal solleva la mano, Stansfield distoglie lo sguardo, distratto evidentemente da altri pensieri.
“Dimmi”.
Sam Creed tentenna, lo guarda desiderando più di ogni altra cosa di non provare quella sensazione un’altra volta. Si tiene stretta a sé la sua energia con le braccia raccolte al petto, come se bastasse afferrarla in tempo tra le dita per evitare che le venga sottratta. Aspetta finché può, finché vede i due fari verdi puntati su di lei, ma non appena si spostano su Stansfield sputa le uniche parole che non avrebbe dovuto dire.
“Ho un chip.”
Due fari verdi che diventano più ampi.
“Ho un chip localizzante alla base della nuca, me lo sono fatta impiantare dopo che Cameron è scappato.”
Si sentono dei rumori da dietro la porta, delle urla. Jamal si volta con gli occhi sgranati, colto in fallo. Se c’era qualcosa che non pensava fosse possibile, è che Sam Creed si facesse impiantare un chip localizzante in testa.
Leon Stansfield per un attimo sembra non capire, poi volta anche lui il capo verso la porta. Poi di nuovo verso Sam Creed.
Jamal ringhia, alzandosi in piedi come una furia mentre una sottile lacrima accumulatasi all’angolo dell’occhio sinistro di Sam Creed scivola sulla guancia, superando la cicatrice che la segna.
“Siete fottuti, stronzi.”
* * *
14 Novembre 2020, Venice Beach, California.
Bloody hell, Ian Baldwin avrebbe pagato pur di non morire a Venice Beach. Ovunque, in qualsiasi altro posto: al centro di New York in una battaglia senza speranze, ad Atlanta in una missione suicida, in uno sperduto villaggio del Sud Africa, nel deserto iracheno, su una nave verso le coste australiane, in una fogna di Atene… tutto, ogni maledetto posto sarebbe stato migliore, per morirci dentro, di Venice Beach. Venice Beach, maledetto mondo, la Venice Beach piena un tempo di vecchi hippies, radical-chic, anarco-capitalisti, omosex-libertini, surfisti, trans per liberazione, lesbiche per hobby, post femministe, vegetariani moralisti, baywatchers, salutisti sornioni, celebrità annoiate, ciclisti.
Ciclisti. Aveva sempre odiato i maledetti ciclisti di Venice Beach, pedalanti verso il futuro, pirati della strada con la salsedine infilata nelle narici per quanta “pura aria di mare” respiravano.
Non poteva, non poteva morire ed essere gettato insieme alle centinaia, alle migliaia di ciclisti morti di Venice Beach. In un certo senso si divertiva a pensarli adesso tutti ammucchiati insieme ai topi agli angoli delle strade, con i loro bei polmoni pieni di salsedine e il loro stile di vita salubre ed equilibrato, una tazza di cereali la mattina con caffè e un frutto, un pranzo leggero e una cena all’insegna di qualche strano cibo etnico. Una vita passata ad evitare di addentare un sandwich come cristo comanda, e adesso se ne stavano là, morti né più né meno di tutti gli altri, per colpa del Virus, il Virus che non aveva risparmiato nessuno fin da quando gli aerei del Nuovo Governo avevano coperto la città di quella neve chiara e leggera. Safeport, aveva letto Ian sulle loro ali, e pochi giorni dopo il Porto Sicuro della morte aveva già accolto metà dei Sapiens della California. Forse degli interi States, chi può dirlo. Ma ne arrivavano altri.
Li stavano sterminando. Ian Baldwin era consapevole di essere testimone e vittima del più grande genocidio della storia, e non poteva fare niente. Poteva solo tossire, vomitare sangue, sentire la febbre che saliva e chiedersi se sarebbe morto strozzato dal proprio vomito come Malakian. Si chiedeva anche perché Reese non riuscisse a morire, neanche ad ammalarsi la metà di quanto stavano male loro. Tossiva, ma di rado, fingendo di non vedere ciò che gli stava accadendo attorno: duecentocinquanta milioni di esseri umani tra morti recenti e morti futuri. E lui vivo, grazie al “gene mutante recessivo”, diceva qualcuno. Il Virus non colpiva i mutanti. Safeport era solo per gli umani: un regalo, la capitale della Kahiwa, in cambio dell’America. Una grande, enorme America presto vuota, all’infuori dei cadaveri.
Ian Baldwin non abbassò le palpebre, quando i suoi occhi bionici smisero di vedere per lui. Restò con lo sguardo spalancato verso il cielo, mentre altri aerei portavano il gelido conforto di un Porto Sicuro.
* * *
14 Novembre 2020, Ryker’s Island.
Il plotone d’esecuzione, fucili armati e ancora dritti puntati verso il cielo, sta in piedi di fronte a Jamal, ma il mutante sembra bastare a sovrastarli, nonostante abbia le mani legate dietro la schiena e un bracciale inibitore al polso. Ma era un militare, per cui tiene il petto in fuori e guarda i suoi esecutori con fierezza, mentre Sam Creed gli si avvicina un’ultima volta.
Gli si avvicina tanto da sfiorarlo e si tende sulle punte dei piedi per avvicinare il viso al suo orecchio.
“Safeport è un virus ideato per colpire solo i genezero. Se le stime dei miei uomini sono esatte, sterminerà due terzi della popolazione umana statunitense nel giro di sei mesi.”
Lo dice piano, sussurrandolo, e scruta gli occhi verdi di Jamal che, pur volendo restare impassibili, tremano un attimo a pensare l’entità del disastro.
“Sei pazza” mormora sconvolto, continuando a fissare avanti a sé.
“Sono lucida. Ho accelerato il processo evolutivo, solo questo. Che senso avrebbe avuto aspettare quattro… cinque generazioni, per ottenere lo stesso risultato?”
“Tu sei impazzita, Sam. Sei un mostro”.
Lei sospira e sposta il viso seguendo la traiettoria di quello nero del condannato. La sua bocca morbida si posa all’estremo angolo delle labbra di lui, posandovi un bacio sentito ma incompleto. Lui si irrigidisce, restando immobile come una statua.
“Addio Ghostie.”
Si scansa tornando a fianco del plotone d’esecuzione. Sospira e fa un gesto col capo.
Il petto di Jamal Williams si riempie di stelle rosse.
(Continua…)
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