mercoledì 24 marzo 2010
What If... Brotherhood, seconda parte (Immanouel)
Una bruma intensa cala sulla zona magazzini piena di container ed edifici fatiscenti, il ronzio dei lampioni, scarsi quelli funzionanti, accompagna le attività notturne dei poliziotti in ronda notturna.
-Penso che Tomas sia ossessionato
La voce bassa e pacata mentre accanto alla sottoposta cammina guardingo, attrezzato di tutto punto sotto gli spessi abiti invernali.
-La Jarldottir farà fuori anche noi...
Katrine sposta la sguardo sulla figura del detective, avvolta dalla semioscurità. Svoltano dietro un grosso magazzino mezzo sventrato, un luogo quasi completamente buio, i lampioni lontani
-Come ha fatto fuori sua moglie
Dal detective non traspare alcuna emozione e la sua ex compagna gli fissa a lungo la cicatrice sul volto che dalla semioscurità talvolta emerge, illuminata da qualche parvenza di luce
-Ma tu credi davvero...
-No, ma Crawford ha le sue convinzioni
Come per reciproco assenso, fanno calare un sipario silenzioso.
Il rumore del mare e l'odore di salsedine si fa via via più vicino e in breve tempo la coppia in borghese sbuca nella zona del porto che da sul mare, dove una fila di yacht sono ormeggiati ed ondeggiano placidamente.
Si voltano entrambi in fretta, non si guardano, ma percepiscono vicendevolmente la volontà di tornarsene a casa il più in fretta possibile.
Fanno per muovere i primi passi sul percorso da loro tracciato all'andata quando il detective si arresta; Katrine lo osserva sottecchi prima di far spaziare lo sguardo attorno.
-Cosa c'è?
Il nervosismo e la tensione riducono quelle parole ad un lieve, incerto sussurro, in netto contrasto con la risposta di Derrick, rapida e sibilante
-Ore Nove, sul tetto
Il sergente sposta lo sguardo e nota una figura seduta sul tetto di uno dei magazzini meno illuminati. La forma sarebbe passata praticamente inosservata se non fosse stato per lo svolazzare delle sue vesti, come se stesse sbandierando la sua presenza. I due poliziotti si muovono lentamente e la figura dopo poco si alza e scompare dalla loro vista incamminandosi verso il centro del tetto.
Seguono rapidi cenni di Derrick, che si muove furtivo verso la scala antincendio di un magazzino limitrofo, mentre Katrine estrae la pistola togliendo la sicura... Fa un respiro profondo che sembra durate un'eternità.
-... Sei nuovo di queste parti nevvero?
Derrick arrampicatosi per la struttura antincendio stranamente in buone condizioni, si acquatta occultato, tendendo l'udito al massimo.
-Vi importa?
I pensieri di Derrick scorrono rapidi mentre riconosce la terza voce presente
-Che cosa ti conduce qui a quest'ora?
-Affari
-Di che genere?
-Non ti riguardano
-Eh, io credo di si, ci sono delle regole se vuoi condurre i tuoi affari in modo... diciamo sicuro
Il detective impreca verso sè stesso, il suono delle voci si fa più basso, impossibile da percepire. la mano che regge la taurus d'ordinanza si serra come d'acciaio attorno al calcio mentre toglie la sicura, in attesa...
All'improvviso i toni dei colloquianti cambia, il poliziotto percepisce il rumore delle armi che vengono estratte e caricate e poi...
Tutto diventa improvvisamente rosso, illuminato da un bagliore accompagnato da un'esplosione che coinvolge completamente il tetto.
Derrick, investito dall'onda d'urto si abbassa per ripararsi mentre percepisce sulla propria pelle un calore piuttosto fastidioso; qualche detrito metallico gli passa sopra volando oltre, verso il suolo.
Si alza in fretta quanto basta e punta l'arma verso la fonte dei suoni
-Fermi tutti! polizia di new york, deponete...
Le parole hanno una lieve pausa, alla vista di due corpi carbonizzati e smembrati.
La terza figura avvolta in un trench vecchio stile ed un cappello dalla tesa mezza squarciata, osserva la scena impassibile mentre il vento salmastro ne scuote gli abiti.
-deponi le armi, lentamente e allontanati da esse
La figura alza lo sguardo puntandolo sul poliziotto in borghese.
-Come desidera
Appoggia la mano sul cappello che scalcia nel vento e dopo un breve istante scompare, smaterializzandosi nell’aria.
Katrine giunge subito dopo, salendo per la scala antincendio e trova Derrick intento a rimirare il tetto, teatro dell'esplosione
-Derrick!
-Una faida criminale
la sottoposta inchioda lo sguardo alle due figure carbonizzate, morte in una posa di dolore indicibile. Scossa da un fremito, distoglie lo sguardo mentre il detective impassibile si avvicina i cadaveri con una freddezza trasudante.
-Sei sicuro Derrick?
La voce del detective non mostra alcuna inflessione
-No, ma ho sentito uno scorcio dei loro discorsi, è piuttosto probabile.
Prende mano alla radio aggiustando la frequenza cominciando a proferire parole che il sergente Gauthier non ascolta, concentrata con lo sguardo sul cielo scuro puntellato da stelle, per reprimere quel forte senso di nausea che l’attanaglia ogni volta
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Una settimana più tardi...
-Joke!
Adamska mangia a grandi passi i corridoi del covo Marauder irrompendo dalla porta metallica che da accesso alla zona riservata al Boss; qualcosa di sobrio e al tempo stesso inquietante.
Lynch siede tranquillo su una poltrona osservando la planimetria fognaria della città e posa sul sottoposto uno sguardo inquisitorio come di chi ama non essere disturbato
-Che vuoi?
-Hanno ammazzato Kreig ed Eric
L'espressione di Joke muta improvvisamente caricandosi di un'energia funesta
-Chi?
-Non lo so, i due scagnozzi erano in un magazzino per accordarsi con i seguaci di Rhyn per un nuovo carico di droga
-Quel cazzo di afroamericano, se è merito suo giuro che lo scuoio
-Non credo, c'è stata un'esplosione intensa e la struttura del magazzino ha ceduto quasi subito per l'azione del calore intenso... Il crollo è stato inevitabile e sono morti tutti quelli che erano là dentro.
Il Boss aggira il tavolo puntando dritto verso Adamska, alza il pugno minaccioso, ma le sue parole suonano terribilmente calme, una calma che il sottoposto conosce molto bene e sa che non porta nulla di buono.
-Non è la prima volta che succede... qualche giorno fa sono stati ammazzati tre draghi e una settimana fa altri due scagnozzi
Distoglie lo sguardo da Adamska mentre osserva la parete priva di finestre
-So cosa stai pensando e sono d’accordo con te, è evidente che c’è qualcuno che ci vuole morti
-E chi? Anger? The Watcher? The Soldier? Conosciamo piuttosto bene il loro modus operandi e le loro zone, no... non è opera loro, né della polizia. Sai che tipo di esplosivo è stato usato, Adam?
-No, sembra che non sia stato usato esplosivo, un controsenso, uno dei tanti in questa faccenda
Joke assume un'espressione pensosa e corrucciata prima di riportare lo sguardo su Ocelot
-Chiama Malakian, digli di piombare qui quanto prima.
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Reese siede nella sua roulotte, sigaretta tra le labbra, mentre uno dei cani dal pelo scuro e limpido gli ficca il muso tra gomito e fianco.
Sfoderando un mezzo sorriso Cameron gli da un buffetto prima di tornare a leggere il giornale.
-Pare che i Marauders abbiano qualche problema
Sam abbigliata con un completo casalingo si accinge a cuocere qualcosa in un forno alquanto dismesso; controlla la temperatura e con uno sbuffo inquieto e seccato distoglie l'attenzione per posarla sulla figura del compare
-Quanti morti?
-Un magazzino intero crollato, una sede importante per i loro scambi
Il cellulare poggiato al bordo del tavolo vibra con insistenza minacciando di cadere. Cameron lo afferra al volo e osserva lo schermo
-Chi è?
-Ocelot
-Che scrive?
Blast aggira il tavolo posando il grembiule e avvicinandosi a Reese, lo sguardo nero come la pece si posa sullo schermo.
-... Smaile che chiede un incontro, questo devo segnarmelo sul calendario. Ci supplicherà di aiutarlo
-Non ci scommetterei, chiederà aiuto e offrirà uno scambio, uno scambio equo. Può essere un’ottima occasione per rinvigorire le nostre finanze
-Senza contare che dovremo eliminare un vigilante con ogni probabilità, un individuo che con ogni caso sarebbe finito sul nostro cammino prima o poi. Due piccioni con una fava
L'ex poliziotto emette una sibilante nuvoletta di fumo, mentre getta ai cani inquieti una salsiccia mezza cruda.
What If... Much Obliged, di Adamska (seconda parte) - Parte 2
-Interessante…
-Baldwin queste bare possono essere tutto meno che interessanti.
-Non parlo delle bare, ovviamente, sto parlando della tecnologia che ci hanno impiantato, è da ore che induco micro mutazioni nel mio corpo e ricevo sempre scariche in proporzione ai poteri che uso. Come se esistesse un dosaggio.
Tutti erano rimasti in silenzio in quelle dure ore, salvo sporadici singhiozzi di Ayame, subito interrotti dalla paura di essere sentiti… e puniti. Ian aveva ripetuto giusto un altro paio di volte quell’“interessante”, così ad Adam era venuta la voglia di sapere cosa ci fosse di così interessante.
-Fammi capire
Esordì Sam, che era rimasta in silenzio fino a quel momento.
-Stai dicendo che se io usassi alcuni poteri minori riuscirei a non farmi ammazzare dall’elettricità?
-Può essere…
-Quanto può essere Ian? Mi serve una certezza…
Aspettano giusto qualche secondo, prima che Ian tenti nuovamente una metamorfosi, stavolta più estesa. La scossa era aumentata, così la concentrazione era ridotta al minimo, ma quello che doveva scoprire l’aveva scoperto.
-Prova a usare quelli che richiedono concentrazione minima, o non ce la farai.
Sam si concentra, nessuno può vedere cosa faccia, essendo le bare adiacenti, ma, passato qualche istante, dopo un gemito di dolore disse.
-Non siamo a Manhattan, non siamo neppure sulla terraferma.
-Cosa?
Stavolta è Adamska che si sente preoccupato: in molti altri luoghi del’est lui non è esattamente il benvenuto. Sam chiude gli occhi, adesso cercando di individuare la destinazione della loro prigione.
-E’ ferma.
-Meno male.
-Per niente Adam.
-Che intendi?
-E’ ferma nel cielo.
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Adam si concede un lunghissimo respiro, lo stress comincia ad accumularsi dopo oltre due ore di prigionia in quella posizione scomodissima, neppure chiudere gli occhi e respirare riesce a calmarlo, inoltre il suo chip neppure funziona e non capisce il perché.
-Cosa vuol dire ferma nel cielo?
-E’ una specie di dirigibile
-Una cosa che non si nota insomma…
-Avrà dei sistemi Stealth
Le voci si confondono, ovattate da quelle bare d’acciaio, discutendo su argomenti più che futili in effetti. Le voci si interrompono dopo poco, sovrastate dall’urlo di Ayame:
-Smettete di dire sciocchezze? Siamo prigionieri e a voi interessa sapere se siamo in un palazzo o su un maledetto aereo?
-Hai idee migliori, mocciosa?
-Sì, aspettate maledizione e state zitti!
Ayame, benché fosse la più tesa, non ha detto una sciocchezza, così tutti tacciono. Attendono per un’altra ora buona nel silenzio totale, finché il rumore di una porta in metallo non li fa svegliare da quella specie di torpore venutosi a creare.
-Eccovi qua!
-Dove cazzo volevi trov…
La scossa è di una rapidità sorprendente, tant’è che l’urlo di Ian arriva agli altri tre molto forte, nonostante la bara. Nessuno dice nulla, tranne la figura ancora nell’ombra.
-Stavo dicendo signori miei, ognuno di voi ha cambiato faccia parecchie volte, chi più, chi meno e chi in un modo chi nell’altro. Dai traditori ai metamorfici tutti avete deciso che il vostro volto non vi piaceva. Queste potenzialità sono state molto utili, così come lo saranno a me. Dovrete essere furbi, rapidi e silenziosi. Vi fornirò tutto il materiale che riterrò necessario, voi ucciderete il presidente Gates ed io rimuoverò i chip dai vostri cuori. Inutile che vi dica che non potete rifiutarvi, vero?
Silenzio, per un paio di minuti nessuno parla, finché non è nuovamente Adam a prendere la parola.
-Bè non mi piace lavorare per qualcuno senza un nome… chi sei?
-Mi presento, ma presto lo leggerete sui giornali, piacere, Yves Dioscuri.
Adamska sorrise, mentre l’uomo entrava ora nella fascia illuminata, diventando visibile.
-Much Olbiged, Mr. Dioscuri
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Passati quegli attimi di presentazioni, finalmente tutti e quattro vengono liberati dalle loro bare. Yves schiocca le dita e tutti i contenitori si aprono senza alcun problema. Adam sente uno strano formicolio alla fronte, simbolo forse che il suo chip ha ripreso a funzionare. Non osa provare, non sa quanto sia efficiente la tecnologia del loro carceriere, né quanto sia letale.
-Bene, seguitemi
Yves apre la porta, percorrendo un lungo ponte sospeso praticamente nel nulla, una cosa strana in effetti. Sam si volta per capirci qualcosa e si sente lusingata: è una sorta di prigione interna al dirigibile, sospesa nel vuoto e dotata di celle e scompartimenti in titanio, simbolo che li ritengono davvero pericolosi. Continuano a camminare per qualche secondo, finché Yves non entra in una piccola stanza, seguito da tutti. Un unico tavolo troneggia al centro della stanza, sopra di esso vi sono dossier, foto, e almeno tre portatili.
Qui è dove pianificheremo l’attacco, avrete i vostri briefing e il vostro equipaggiamento.
-Ho una domanda
Dice Ayame, non troppo spaventata ora che è uscita dalla bara, anche se non vorrebbe ritornarci neppure per tutto l’oro del mondo, così parla umilmente.
-Malgrado tutto, Gates è un uomo, davvero sono necessari così tanti preparativi?
-Di più mia cara, dobbiamo non solo uccidere Gates, ma anche tutti i suoi ministri e collaboratori, l’operazione sarà conosciuta come “Progetto Rivalsa” e, quando scatterà, tutti i collaboratori di Gates, e Gates stesso, saranno morti.
-Ambizioso Dioscuri, te lo riconosco, potrai inserire parecchi dei tuoi al governo, magari con l’ausilio di qualche mutante che lo vuole stecchito.
Tutti cominciano a capire, ma di una cosa sono certi, uccidere tutta quella gente, protetta dal MCU e dalla polizia, non sarebbe stato facile.
-Ecco il vostro primo bersaglio
Yves mostra una foto al portatile, che tutti riconoscono subito.
-Il vostro primo bersaglio, facile no?
-Ma stai scherzando?
Esclama Ian, ma si zittisce appena Yves lo fulmina con lo sguardo.
-No, per niente, questo è il vostro primo bersaglio e voi lo eliminate.
-Stai dicendo che…
-Sì, vi ho chiesto questo: ammazzate il capo della polizia, ammazzate Tomas Crawford.
giovedì 31 dicembre 2009
What If: War for War, di Anja (prima parte).
Rumore di spari, rumore di grida, rumore di elicotteri e delle loro pale. Abraham Peers direttore dell’ organizzazione governativa meglio nota come MCU ha lanciato la sua offensiva finale prendendo anche il comando della polizia di New York. Sotto la sua guida si sono raggiunti grandi risultati, solo due quartieri resistono ancora allo stapotere del direttore: il Financial e l' Hell's Kitchen. Il Fear, il porto, tutto e' stato reso sicuro, vivibile da quando quasi tutte le maggiori organizzazioni criminali e mafiose hanno aderito all' offerta. Soldi, potere sottobanco, fedina penale linda e nuove identita' pronte ad essere fornite. Pochi, pochissimi sono rimasti ad opporsi e tutti si trovano ora a combattere per le strade. Una figura alta, marmorea, continua a mietere vittime alzando soldati e poliziotti, schiantandoli contro l'asfalto, schiantandoli contro i loro stessi colleghi nemmeno fossero delle piume. Proiettili che gli rimbalzano addosso incapaci di perforare quella pelle resistente come non mai. A dargli supporto si trova un'arabo, l'arabo per tutti gli Angeli. Rami che grazie ai suoi poteri sorvola dall' alto la zona andando ad abbattere elicotteri aiutato da colei che fino a poco tempo fa non aveva mai ucciso. Shaka Vellerande che, regina dei cieli, scatena fulmini e venti carichi di odio, carichi di determinazione per la sopravvivenza. Una coppia corre invece per i tetti mentre i proiettili sibilano attorno a loro e qualcuno li colpisce senza nemmeno graffiarli. Owen Smith, meglio noto come Hunter, accetta semplicemente le indicazioni che gli vengono fornite da una donna indefinibile. Non ha piu un aspetto umano mentre ogni passo della sua corsa provoca crepe ed impronte sui tetti. Sporca di polvere, sporca di sangue, sporca come la sua coscienza di assassina solo puo' essere assomiglia ad una statua ed e fatta di diamante piu puro di quello che la natura stessa crea. Un cenno del capo ed all' unisono i due si muovono balzando dalla parte opposta della strada atterrando al quarto piano di un'altro palazzo dopo aver sfondato le pareti come se fossero di cartone. In un attimo, senza grida, il rumore di ossa rotte segna la fine dell' ennesimo terzetto di cecchini piazzati.
Non sono i soli a combattere. Una figura che tanto ricorda un demone, dotata di ali e coda, combatte in cielo assieme a colui che dovrebbe essere la sua nemesi. Alan, angelo tra gli Angeli, che assieme ad Obscure fa da contraera distraendo governativi dotati di esoscheletri, portando il carico di piombo e di bombe a mano. Eppure, per quanto si combatta i rinforzi continuano ad arrivare. Non guadagnano posizioni, non guadagnano metri e la fatica si fa sentire sempre piu.
Una figura femminile, bassina, continua a cambiare posizione trasformandosi in energia, bruciando cervelli e lanciando scariche sufficenti a mettere Ko la maggior parte degli esoscheletri permettendo ai tank del suo gruppo di continuare a svolgere il loro lavoro ammazzando piu' gente possibile nel minor tempo nella speranza di tranciargli il morale, di instillare il terrore della morte in loro. Ma non basta contro soldati addestrati, cresciuti per fare questo. Tutti loro, nel bene e nel male, sanno che e' meglio ritagliarsi un posto nella storia e sperare di sopravvivere che disubbedire a Peers. Mai, neppure nei suoi giorni piu tristi, l' Hell's aveva visto scorrere tanto sangue.
"Ramì, attento!"
Le parole risuonano in tutti i comunicatori della resistenza radunata dai Blood. La voce preoccupata proviene da una donna dai lunghi capelli neri, magra, che sta comunicando ai blood cio' che il suo cervello oramai superiore a qualsiasi processore esistente le passa in forma di dati. Una fonte di energia viene finalmente rilevata sulla cima di un tetto poco distante dall'arabo. Ma l'avvertimento e' inutile, un colpo parte, preciso e violento, trapassando il guerrigliero da parte a parte. L'esoscheletro dotato del predator sistem fa ora la sua comparsa portando con se il primo morto e, pur nascosto, ghigna di soddisfazione. Adamska, l'ex Boss dei Marauders ora sciolti, gode di quel sangue mentre Obscure ed Alan con delle evoluzioni si dirigono a fare giustizia con ancora un paio di granate da scaricare prima di dover tornare a fare la scorta e lasciare scoperto il campo. Due spari, rapidi, si confondono con gli altri ma hanno ben altro affetto. Smile ha fatto la sua comparsa sul campo di battaglia assieme al suo barret. Nessuno sapra mai da quale palazzo, troppa distanza perche gli angeli possano trovarlo. Troppa distanza perche' cio che segue e' un boato immenso e continuo. In tutto il quartiere una sostanza segreta studiata con enorme riserbo dai maggiori scienzati riuniti di Usa, Russia ed Inghilterra, piantata con speciali trivelle a decine di metri di profondita che l'hanno sparsa nel terreno viene attivata e tutto trema per un attimo prima di implodere su se stesso. Agenti, poliziotti, vigilantes, terroristi, criminali... tutti vengono inghiottiti da quella cortina grigia che si alza per decine e decine di metri carica di detriti e di morte.
Ryker's Island.
L' ufficio del direttore Peers e' solamente piu spazioso rispetto a quello di molti altri. Impeccabile nel suo ordine osserva il paesaggio al di fuori della sua finestra, il ghigno stampato sul volto al vedere ancora, persistente, la cortina che segna quella che pensa la mossa fondamentale per la vittoria ed il raggiungimento dei propri obbiettivi.
"Dimmi Baldwin.", comunica la voce priva di qualsiasi esitazione verso la propria preziosa e mai fidata pedina
Il cyborg osserva il suo superiore in silenzio, lo vede mentre si trova li dove lui era prima. Li dove lui ha meritato di stare ed ora non vi e' piu'. Malcom, cosi' e' conosciuto da tutti.
"L'esplosione ha avuto l'effetto sperato Signore, tutto il quartiere dell' Hell's e' collassato e parzialmente anche il financial. Posso mandare gli uomini dei soccorsi?"
Un semplice cenno del capo, senza voltarsi, ed alfine quando la porta viene richiusa alle proprie spalle ecco che un sigaro viene estratto ed acceso. Assieme alla nuvola di fumo anche il ghigno predatore del Soldato si allarga.
lunedì 21 dicembre 2009
Heroes Of Blood, di Sam (parte settima).
“Mi sei mancato, Jamal...”
“Anche tu mi sei mancata, piccola amica...”
Jamal la stringe forte a sé e fa sì che la schiena di lei prema sul suo petto ampio e teso. Con il braccio sinistro le cinge completamente le spalle, le labbra secche scivolano sui suoi capelli e poi verso la sua nuca, mentre lei riesce a sentire il respiro caldo dell'uomo sulla pelle. Circondata da lui, sembra quasi sparire in quel leggero odore di sudore che le fa ricordare, come in un sogno, cosa significhi stare accanto ad un uomo in carne e ossa. Vivo. In parte stesi, in parte seduti sul letto, hanno assunto una posizione confusa ma decisamente naturale.
Lei deglutisce e tiene le mani strette attorno al braccio dell’uomo che la trattiene a sé. Lo sguardo inumano, denso di quel nero che il tempo aveva offuscato, ha recuperato una scintilla che viene a stento domata.
“Cosa mi sono persa?”
“Un sacco di cose.”
“Dicevano che eri morto, Ghostie…”
“Lo sono stato, per un po’…”
Sam continua a respirare in modo cauto o controllato, anche quando il vecchio amico le fa scivolare sulle labbra un panno umido. Spalanca gli occhi, ma non vede niente che non sia il completo buio in cui è abituata a dormire. Fuori dal suo appartamento dovrebbero esserci le guardie. Forse li hanno sentiti.
“Ti senti stanca?”
Ora gli occhi li chiude, la voce di Jamal non le è mai sembrata più suadente, il contatto con una persona mai così caldo. Prova a non respirare e si agita, per un po’, mentre lui le preme dolcemente quel panno sulla bocca e sul naso.
Poi chiude gli occhi e si abbandona al suo abbraccio tiepido e rassicurante. E’ un sonno pesante, e senza incubi. Un sonno in cui non riusciva a calare, ormai, da un anno e mezzo.
Jamal fa scivolare il fazzoletto imbevuto di cloroformio in tasca e il coltello dietro la schiena, lasciando Sam stesa sul letto.
Si avvicina alla finestra, finisce di spalancarla e quindi si affaccia, facendo due larghi gesti con le braccia, coordinati. Monta gli appigli agli stipiti della finestra, gettando poi verso la corda del kit da arrampicatore della BMT, impossibile da trovare in commercio e ormai raro anche al mercato nero. Lui e la sua gigantesca mole fanno da contrappeso, o forse da traino: lentamente ma con costanza tira su un peso infimo per la sua forza. E’ un’orientale giovane, tesa, a cui porge una mano e che tira su con uno strattone.
Lei incespica, sbatte un piede e stringe i denti per non lamentarsi ad alta voce. Prende una torcia e la accende, puntandola su Sam. La fa scorrere sulle sue gambe, sulle braccia, le tocca e le volta il viso alzandole poi una palpebra per studiarne l’occhio. Quindi, con un sospiro, fa un passo indietro e si rimette dritta, concentrandosi. Diventa più pallida, sente con un certo fastidio le sue ossa farsi leggermente più corte e leggermente più spesse, il suo viso cambiare, una cicatrice aprirsi già rimarginata sulla guancia destra. Gli occhi, la parte più difficile, riescono imperfetti ai primi due tentativi, e solo al terzo assumono una profondità credibile.
L’uomo si avvicina al letto e raccoglie delicatamente Sam, mettendosi in piedi e caricandosela addosso con la stessa dolcezza che si usa con un neonato. Ayame Kojima lo aiuta ad indossare l’imbracatura e a legarsi addosso Sam Creed. Lui guarda il capo degli ex ribelli mutanti, poi la sua copia. Storce le labbra, e mormora poche parole prima di calarsi dalla finestra.
“Non le somigli affatto, sweetheart.”
* * *
Da: amministrazione centrale
A: Will Fiumevento
Oggetto: Congedo anticipato
Gentile mr. Fiumevento,
Il Governo dei Nuovi Stati Uniti d’America la ringrazia per il lavoro che ha costantemente svolto al servizio della libera informazione e della costituzione dell’Organo Centrale d’Informazione. Siamo lieti di informarla che i suoi servigi non sono più richiesti, e che il Governo ha deciso di regalarle una residenza nel New Jersey, dove potrà godere di tutti i benefici della sua lauta pensione.
Il Governo le consiglia, inoltre, di tenersi lontano da New York per questioni riguardanti la sua stessa sicurezza.
Segreteria dell’Amministrazione Centrale
* * *
L’hanno drogata.
Ne ha la totale certezza, altrimenti non vedrebbe ciò che sta vedendo. Chiude gli occhi cercando di ignorare i suoni che le sfiorano le orecchie. Niente di ciò che vedo e sento è reale, pensa. Niente di ciò che vedo e sento è reale. Devo pensare alla realtà, devo pensare razionalmente, devo restare concentrata.
Spalanca bruscamente gli occhi quando il rumore di una porta sbattuta la fa sobbalzare. Si guarda attorno nervosamente, col respiro sospeso, mentre cerca la fonte di quel rumore, ma chiude di nuovo gli occhi quando sente una risata femminile e feroce che conosce fin troppo bene o che, almeno, conosceva.
Poi una luce forte e le pupille le si riducono a due spilli, confusamente cerca di mettere a fuoco la sagoma dell’uomo che si dirige verso di lei. Un uomo da un tratto insolito, illuminato da una luce leggera che sembra naturale, calda. Lei punta i piedi a terra e, quando lo riconosce, si lancia in avanti contro di lui, ruggendo. Inciampa prima di raggiungerlo, accorgendosi solo in quel momento di avere un piede incatenato a terra. Le lacrimano gli occhi, una reazione fisiologica a tutta quella luce, a tutta quella rabbia. Schiude le labbra ma si sente decisamente troppo confusa per riuscire ad articolare qualsiasi suono.
Lui si siede di fronte a lei, la guarda dall’alto verso il basso con uno sguardo indecifrabile, assente. Come se neanche la vedesse.
“Sam Creed.”
Dice solamente, la voce soffusa e atona. Sembra quasi gli sia scivolato involontariamente tra le labbra chiare e lucenti. Sembra il cazzo di spot di un bagnoschiuma, pensa Sam Creed, e si sorprende di riuscire a formulare un pensiero tanto complesso in quelle condizioni.
“Quando andrò via. Vi farò uccidere tutti, Stansfield…” mormora, e la voce le si aggrappa nella gola facendole male come carta vetrata.
“Non penso che andrai via”.
“Vai all’inferno, sei più fulminato di me… cosa diavolo mi avete dato?”
Leon Stansfield tace, la guarda come si guarda un curioso insetto di cui non si capisce la traiettoria, la logica.
“DIMMI COSA!”
“La stessa cosa che l’MCU usò per la strage della Scuola, Blast.”
La voce viene da dietro di Leon, ma Sam Creed ha difficoltà a riconoscerla, almeno finché non si accorge di come quel viso scuro sia illuminato da due occhi di un verde abbagliante e innaturale.
Jamal Williams, dritto dall’inferno, si siede e la guarda dall’alto verso il basso, con una marziale durezza in ogni gesto. Fu un soldato, una volta, e fu anche un umano. Ora quei tempi sembrano tanto lontani che il mutato a stento riesce a ricordarli.
“Presto il nostro mutaforma verrà scoperto, Blast, per cui ti farò le domande una sola volta. Dopodichè farò il necessario per ottenere le risposte. Immagino tu conosca già Leon Stansfield – è serio, la sua voce non ha sbalzi – Stansfield ha imparato anche lui a controllare l’energia, in un certo senso. A spostarla, ad accumularla in determinati posti. E a toglierla”.
Jamal sposta lo sguardo su Leon e gli fa un cenno. Leon sbatte le palpebre, ruota il capo verso Sam Creed. Quel corpo giovane e teso si contorce e geme per il dolore della debolezza, così improvvisa, così brutale.
Jamal fa un altro cenno a Leon. Leon sbatte le palpebre, Sam Creed sente le sue seppur vaghe forze fare ritorno.
“La domanda è questa: abbiamo intercettato le comunicazioni che hai con i laboratori del Nuovo Governo, sappiamo che tutte le risorse sono concentrate su un unico progetto, che viene chiamato nei vostri fascicoli ‘Safeport’”
Sam Creed sorride, ricordando in quello stato di atavico malessere quando ancora Safeport significava Porto Sicuro, e veniva pronunciato dalla sua gente con la speranza che diventasse un giorno il rifugio di ogni mutante libero.
“Cosa prevede ‘Safeport’, Blast? Perché tutte le vostre risorse stanno andando a finire là?”
Sam Creed sorride, un sorriso che le viene strappato dalle labbra dalla sensazione di morire, per qualche secondo, riportata poi alla normalità da un Leon che la osserva con l’interesse scientifico con cui si guarderebbe una cavia. Si chiede com’è morire, Stansfield, ormai distante mille miglia dalla percezione di se stesso che aveva un tempo.
“Sarà una lunga notte, Jamal.” promette lei con la voce roca e addolorata, pronta a sentire sulla propria pelle tutto il dolore che nessuno ha mai osato restituirle.
* * *
Anja guarda Blast, Blast guarda il pavimento, sulla soglia di una porta che ha aperto a stento, per affacciarsi dopo le numerose insistenze della sua compagna.
“Soul, stai bene? Mi hanno detto che hai cancellato tutti i tuoi impegni di oggi…”
“Si… si… - Ayame fissa le mattonelle, le mattonelle restano al loro posto – niente di grave, ma oggi non me la sento di fare molto… ho rimandato…”
Anja la scruta da capo a piedi, cercando tracce di malattia. E’ più pallida del solito, forse, e il suo accento, il suo accento è diventato più dolce.
“Okay. Vuoi che ti faccio compagnia? Ti serve qualcosa?”
“No, no… grazie.”
“Ti lascio sola allora...”
“Okay, grazie.”
Ayame inizia a richiudere la porta, ma Anja la ferma, rivolgendole un sorriso tenue e incoraggiante. “ehi Soul. Il prossimo anno…” e si ferma, aspettando che lei le risponda.
Ayame emula il medesimo sorriso, schiude le labbra e ripete, dando segno d’aver capito: “si, il prossimo anno, Anja.”
Il volto di Anja Jarldottir torna serio, truce. Ogni suo muscolo si tende e la mano che prima teneva sulla porta viene spinta in avanti, spiazzando Ayame che indietreggia, disorientata. Anja non riconosce quello sguardo, stringe il pugno e carica il braccio, schiantando un colpo sulla faccia dell’unica persona a cui ha giurato di restare fedele fino alla morte. L’orientale si accascia, stordita, ignorando di essere l’elemento sacrificabile di un piano ad un costo altissimo.
Anja la guarda dall’alto verso il basso, con disprezzo.
“Non le somigli affatto, sweetheart.”
* * *
“Mi staranno cercando, lo sai?”
“Nessuno sa che sei qui, tranne noi. E neanche tu sai dove sei.”
“Come hai fatto?”
“A fare cosa?”
“A sopravvivere. Come hai fatto?”
La voce di lei è incerta, amara come non mai in quel dolore pieno di smarrimento e di bestemmie non pronunciate. Confusa sotto gli occhi distanti e vigili di Leon Stansfield, lentamente sta provando a focalizzare in che modo riesca a farla sentire così vicina a morire, e un attimo dopo a darle sollievo, respiro. Veicola l’energia nel suo corpo, un diverso tipo d’energia da quella che normalmente riesce a percepire e a manipolare lei: lui gioca con la sua energia vitale. Con la sua Energia, e basta, strappandogliela via all’improvviso per farla sentire debole, tanto debole da avere gli occhi troppo secchi per piangere.
In uno dei rari attimi di sollievo, però, parla. Parla sapendo che non avrà modo di ripetere quelle domande. Parla con la spontaneità di un condannato a morte che non avrà tempo per pentirsi, parla. E chiede.
“Come hai fatto a sopravvivere, Jamal?”
“Non sono sopravvissuto, te l’ho detto. Sono stato morto, per un po’. Poi ero di nuovo vivo. Non so come.”
“Com’è stato… morire?” lo sforzo nel parlare è più che sensibile in quella voce roca e trascinata come non mai.
“Non me lo ricordo. Ma ricordo com’è stato tornare in vita”.
“Come…?”
”Duro. Doloroso anche nei movimenti minimi: respirare, il cuore che pompava il sangue nelle vene. Faceva male tutto, un male atroce. Ma almeno non ricordavo niente. Ricordare è stata la parte peggiore. E di tutti i ricordi, Sam, il più terribile è stato il tuo”.
“…”
“Non capisci? E’ stato come rivivere tutto daccapo. Il sogno delle Kahiwa. Il desiderio di avere una patria, una casa, un governo giusto. E poi man mano iniziare a ricordare in cosa si era trasformato tutto questo.”
“In… in cosa…?”
“In un regime, Sam. Hai preso il sogno in cui avevi fatto credere tutti noi, l’hai trasformato e ci hai fatto credere di nuovo che fosse la stessa cosa. E noi ti abbiamo creduto, perché ci hai insegnato a farlo. Perché ci fidavamo di te. Ma da quando Marv è morto…”
Lei geme con rabbia, urlando quasi per non ascoltare. Lui alza la voce, ostinato, e le sue parole s’impongono come le mani di un aggressore.
“Da quando Marv è morto tu non sei più la stessa. Sei diventata crudele, e spietata, hai dimenticato le promesse che ci avevi fatto. Hai dimenticato noi, te stessa. Hai allontanato l’unica persona che ti restasse, che ti ha vista crescere, che ti ha fatta crescere…”
“CI AVEVA TRADITI TUTTI!!!”
“Aveva capito dove stavi andando prima di chiunque altro.”
“ERA UN DEBOLE. NON AVEVO BISOGNO DI LUI!”, ruggisce con tutta la forza della collera.
“Si Sam, ne avevi bisogno. Cazzo, quanto ne avevi bisogno.”
“Io… mi fidavo di te…”
“Io no. Non più, comunque.” Quegli occhi verdi sembrano fari sulla pelle nero carbone.
Leon Stansfield la guarda, lei sa che sta per sbattere le palpebre e geme, e si ritira spingendosi contro il muro con le ginocchia che premono sul petto, nel tentativo di scomparire dentro se stessa.
“No, no, ti prego, fermo… ti… ti dico una cosa, te la dico…”
Jamal solleva la mano, Stansfield distoglie lo sguardo, distratto evidentemente da altri pensieri.
“Dimmi”.
Sam Creed tentenna, lo guarda desiderando più di ogni altra cosa di non provare quella sensazione un’altra volta. Si tiene stretta a sé la sua energia con le braccia raccolte al petto, come se bastasse afferrarla in tempo tra le dita per evitare che le venga sottratta. Aspetta finché può, finché vede i due fari verdi puntati su di lei, ma non appena si spostano su Stansfield sputa le uniche parole che non avrebbe dovuto dire.
“Ho un chip.”
Due fari verdi che diventano più ampi.
“Ho un chip localizzante alla base della nuca, me lo sono fatta impiantare dopo che Cameron è scappato.”
Si sentono dei rumori da dietro la porta, delle urla. Jamal si volta con gli occhi sgranati, colto in fallo. Se c’era qualcosa che non pensava fosse possibile, è che Sam Creed si facesse impiantare un chip localizzante in testa.
Leon Stansfield per un attimo sembra non capire, poi volta anche lui il capo verso la porta. Poi di nuovo verso Sam Creed.
Jamal ringhia, alzandosi in piedi come una furia mentre una sottile lacrima accumulatasi all’angolo dell’occhio sinistro di Sam Creed scivola sulla guancia, superando la cicatrice che la segna.
“Siete fottuti, stronzi.”
* * *
14 Novembre 2020, Venice Beach, California.
Bloody hell, Ian Baldwin avrebbe pagato pur di non morire a Venice Beach. Ovunque, in qualsiasi altro posto: al centro di New York in una battaglia senza speranze, ad Atlanta in una missione suicida, in uno sperduto villaggio del Sud Africa, nel deserto iracheno, su una nave verso le coste australiane, in una fogna di Atene… tutto, ogni maledetto posto sarebbe stato migliore, per morirci dentro, di Venice Beach. Venice Beach, maledetto mondo, la Venice Beach piena un tempo di vecchi hippies, radical-chic, anarco-capitalisti, omosex-libertini, surfisti, trans per liberazione, lesbiche per hobby, post femministe, vegetariani moralisti, baywatchers, salutisti sornioni, celebrità annoiate, ciclisti.
Ciclisti. Aveva sempre odiato i maledetti ciclisti di Venice Beach, pedalanti verso il futuro, pirati della strada con la salsedine infilata nelle narici per quanta “pura aria di mare” respiravano.
Non poteva, non poteva morire ed essere gettato insieme alle centinaia, alle migliaia di ciclisti morti di Venice Beach. In un certo senso si divertiva a pensarli adesso tutti ammucchiati insieme ai topi agli angoli delle strade, con i loro bei polmoni pieni di salsedine e il loro stile di vita salubre ed equilibrato, una tazza di cereali la mattina con caffè e un frutto, un pranzo leggero e una cena all’insegna di qualche strano cibo etnico. Una vita passata ad evitare di addentare un sandwich come cristo comanda, e adesso se ne stavano là, morti né più né meno di tutti gli altri, per colpa del Virus, il Virus che non aveva risparmiato nessuno fin da quando gli aerei del Nuovo Governo avevano coperto la città di quella neve chiara e leggera. Safeport, aveva letto Ian sulle loro ali, e pochi giorni dopo il Porto Sicuro della morte aveva già accolto metà dei Sapiens della California. Forse degli interi States, chi può dirlo. Ma ne arrivavano altri.
Li stavano sterminando. Ian Baldwin era consapevole di essere testimone e vittima del più grande genocidio della storia, e non poteva fare niente. Poteva solo tossire, vomitare sangue, sentire la febbre che saliva e chiedersi se sarebbe morto strozzato dal proprio vomito come Malakian. Si chiedeva anche perché Reese non riuscisse a morire, neanche ad ammalarsi la metà di quanto stavano male loro. Tossiva, ma di rado, fingendo di non vedere ciò che gli stava accadendo attorno: duecentocinquanta milioni di esseri umani tra morti recenti e morti futuri. E lui vivo, grazie al “gene mutante recessivo”, diceva qualcuno. Il Virus non colpiva i mutanti. Safeport era solo per gli umani: un regalo, la capitale della Kahiwa, in cambio dell’America. Una grande, enorme America presto vuota, all’infuori dei cadaveri.
Ian Baldwin non abbassò le palpebre, quando i suoi occhi bionici smisero di vedere per lui. Restò con lo sguardo spalancato verso il cielo, mentre altri aerei portavano il gelido conforto di un Porto Sicuro.
* * *
14 Novembre 2020, Ryker’s Island.
Il plotone d’esecuzione, fucili armati e ancora dritti puntati verso il cielo, sta in piedi di fronte a Jamal, ma il mutante sembra bastare a sovrastarli, nonostante abbia le mani legate dietro la schiena e un bracciale inibitore al polso. Ma era un militare, per cui tiene il petto in fuori e guarda i suoi esecutori con fierezza, mentre Sam Creed gli si avvicina un’ultima volta.
Gli si avvicina tanto da sfiorarlo e si tende sulle punte dei piedi per avvicinare il viso al suo orecchio.
“Safeport è un virus ideato per colpire solo i genezero. Se le stime dei miei uomini sono esatte, sterminerà due terzi della popolazione umana statunitense nel giro di sei mesi.”
Lo dice piano, sussurrandolo, e scruta gli occhi verdi di Jamal che, pur volendo restare impassibili, tremano un attimo a pensare l’entità del disastro.
“Sei pazza” mormora sconvolto, continuando a fissare avanti a sé.
“Sono lucida. Ho accelerato il processo evolutivo, solo questo. Che senso avrebbe avuto aspettare quattro… cinque generazioni, per ottenere lo stesso risultato?”
“Tu sei impazzita, Sam. Sei un mostro”.
Lei sospira e sposta il viso seguendo la traiettoria di quello nero del condannato. La sua bocca morbida si posa all’estremo angolo delle labbra di lui, posandovi un bacio sentito ma incompleto. Lui si irrigidisce, restando immobile come una statua.
“Addio Ghostie.”
Si scansa tornando a fianco del plotone d’esecuzione. Sospira e fa un gesto col capo.
Il petto di Jamal Williams si riempie di stelle rosse.
(Continua…)
lunedì 14 dicembre 2009
What If: "Brotherhood", di Immanouel.
Il nero afroamericano si erge alto e massiccio assieme a qualche scagnozzo in un magazzino abbandonato nel più cupo Financial District mentre di fuori un tempo grigio che preannuncia tempesta scaraventa minaccioso la sua cappa su un quartiere che ha molto più da temere che non il tempo avverso.
Con il classico cappello a tesa larga sbeccato e una pagliuzza in bocca, Lynch procede sicuro per l'edificio diroccato, spoglio e per lo più all'oscuro; gli fanno eco Ocelot e Freak armati e pericolosi.
Il primo dei due scagnozzi tiene in mano un sacco in pelle chiuso molto bene da lacci luridi; il lato inferiore è visibilmente più scuro.
I tre giungono davanti al nero, che con un sorriso conciliante li accoglie, segno di un'alleanza piuttosto salda.
Non scorrono che brevi futili parole di saluto tra i malviventi prima del passaggio della sacca, dalla nodosa e salda mano di Lynch alla massiccia e possente mano di Rhyn, l'afroamericano.
“Missione conclusa.”
La voce del boss del gruppo mafioso più pericoloso di New York è composta e autoritaria.
La figura imponente e nera comincia a slacciare le stringhe della sacca, lentamente e come apre l'estremità, ne esce un lezzo piuttosto percepibile a chi sta nei dintorni
“Ora i traffici saranno più sicuri…”
Torna ad osservare Lynch con gli occhi neri e penetranti e subito Freak si fa avanti di un passo, estraendo dalla tasca una mazzetta di dollari piuttosto spessa.
l'afroamericano sorride di un sadico gusto mentre allunga la mano e prende, con insolito garbo, il mazzetto di soldi dalla mano di Freak che appare intimamente sofferente di quella sottrazione.
“I conti ora tornano…”
Lynch si rigira la pagliuzza digrignando i quasi del tutto bianchi denti e da sotto il cappello cresce una risata pacata, matura e solida che perforerebbe un muro d'acciaio
“Ampliate gli scambi e i traffici, usate spacciatori che non assumano droga, usate dei bambini e delle puttane. Noi sistemiamo le forze dell'ordine che per una loro sciagurata sfortuna dovessero ficcare il naso nei nostri affari. Tutto chiaro?…”
Il nero assume un'espressione seria ed annuisce convinto con il capo pelato e quasi lucido
“Così sarà fatto, Lynch…”
Il trio dei marauders volta i tacchi e si allontana con un semplice cenno delle mani, un saluto spartano, rapido e essenziale. Rhyn guarda nella sacca con curiosità prima di alzare nuovamente il capo
“Come si chiamava il verme?”
Lynch prosegue rallentando un poco l'andatura e Freak mostra al suolo un sorriso dai denti appuntiti, Ocelot si arresta di colpo, ma non si volta.
“Gamblint.”
***
Si avvisano i signori passeggeri che l'aereo è ora completamente fermo, potete slacciare le cinture di sicurezza, prendere i vostri bagagli a mano e abbandonare l'aeromobile con ordine, grazie.
Una mano grossa e solida afferra la valigetta nel vano portaoggetti.
La figura imponente di un uomo allenato fa la sua comparsa sulle scale in discesa dall'aereo: il trench nero e il cappello a tesa larga del medesimo colore ne coprono i tratti muscolosi; solo il viso mostra una totale, completa, nerboruta compattezza, accentuata da due occhi glaciali e da una barba bionda sottile e corta.
Gli anfibi sbattono con insistenza sui gradini metallici producendo un rumore che fa voltare qualcuno degli altri passeggeri in discesa che vista la figura perde immediatamente la sua curiosità.
La hall degli arrivi ha tutto ciò che si possa desiderare per soddisfare i bisogni primari: ristoranti, paninerie e bagni sono tendenzialmente puliti e pronti a servirti nel migliore dei modi.
L'uomo massiccio addenta con decisione un sandwich rimanendo piuttosto contrariato dal sapore che sente
“Merda americana.”
Due figure scure si avvicinano, durante questo senso di insoddisfazione, indossano una divisa e imbracciano una mitraglietta con sicura
“Mi scusi, può mostrarmi i suoi documenti?.”
Il nerboruto appoggia lentamente il suo disgustoso spuntino sul piattino pieno di briciole, alza lo sguardo, sorride da sotto il cappello scuro e scompare nel nulla.
***
“Capitano Crawford…”
Il direttore della MCU, Abraham Peers fa il suo ingresso nell'ufficio del capitano del NYPD, scarno ed essenziale, ma non per questo poco accogliente
“Si accomodi.”
Un gesto rapido e sufficiente della mano verso una delle sedie libere disponibili mentre i sensi della bestia-capitano vengono acuiti ai massimi livelli
“Ho un dossier per lei, direttamente dal comando CSG.”
Il sorriso beffardo di Peers trasuda odore di sigaro cubano e whiskey di prima qualità. Tomas storce lievemente il naso mentre sposta lo sguardo sul fascicolo che viene poggiato sul tavolo dal direttore e non può trattenere un lieve sarcasmo
“Siamo diventati improvvisamente amici?”
Un respiro profondo da Abraham che incrocia le braccia al petto.
“Temo proprio di sì.”
Il capitano rimane un momento fermo, per poi allungare la mano e afferrare il dossier cominciando a sfogliarlo senza proferire alcuna parola. Peers attende paziente che Tomas abbia finito di leggere. Il ferino alza lo sguardo rassegnato e in parte sorpreso, una sorpresa che dura molto poco, mentre il tono gelido e indifferente esce tagliente.
“Bene.”
Un gesto eloquente che invita il direttore della MCU a congedarsi prima di parlare all’interfono
“Mandatemi il vice capitano.”
Il dito abbandona il tasto e l’interfono viene disattivato. Tomas torna a parlare verso Peers che nel frattempo è già alla porta pronto ad andarsene
“Nominate un vostro agente come referente per la gestione della collaborazione, il nostro sarà il vice capitano Fiumevento.”
Abraham non emette suono ed esce dalla porta chiudendola, incrociando la figura di Will che ricevuta la chiamata, si presenta immediatamente in divisa di fronte all’ufficio.
Un solo singolo sguardo e con un lieve sorriso poco ironico, il direttore si allontana, mani in tasca; il vice capitano continua ad osservarlo, finchè non lo vede scomparire…
Entra infine nell’ufficio.
mercoledì 9 dicembre 2009
What If?... Much Obliged, di Adamska (prima parte).
Gli affari vanno alla grande, e di questi tempi i Marauders prosperano. Persino il covo si è ingrandito, e lui può soggiornare in una bellissima villa, niente poco di meno che, al Central Park. All’improvviso però un rumore più che sospetto allerta il Russo, la villa è ridotta, tutto sommato, e un rumore di ventri infranti fa un fracasso d’inferno.
"Gin, Herl, voglio entrambi qua, subito."
La voce nell’interfono si perde, senza risposta, brutto segno. Lentamente Adamska estrae un revolver, appiattendosi al muro.
"Come cazzo è possibile? Non si vede uno sbirro per mesi e adesso piombano qui?"
Apre con calma la porta, attento a fare il minimo rumore possibile, e, arma alla mano, cammina lungo il corridoio. Nessun rumore, o segno d’effrazione, forse sono entrati altrove. Poi finalmente si vede qualcuno, una sagoma appare per pochissimi secondi, poi un flash e un rumore fortissimo investono il criminale.
"Forza, prendetelo!"
Un “clak” di manette sopraggiunge pochi secondi dopo, lui neppure riesce a vedere chi o cosa fosse, ma è chiaro: l’hanno preso.
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Tetti, Ore 21:48.
Seduta su di un tetto, Sam osserva la strada sottostante, aspettando qualcosa forse, eppure senza volerlo dare a vedere, dato che cerca di essere seria e impassibile. Aspetta qualcosa, qualcosa che forse neppure arriverà.
"Oggi niente, ieri niente, domani niente".
Dice, evidentemente seccata.
"Spera sempre nel domani, Blast. E’ sempre più fortunato."
Sam si volta, un uomo che non ha mai visto le sta davanti. E’ chiaramente un governativo, la divisa non mente, e uno delle forze speciali, il resto dell’equipaggiamento parla chiaro, munizioni al titanio, fucile a pompa e kevlar.
"Come puoi dire che il domani sarà fortunato?"
L’uomo sorride, schioccando le dita.
"Perché oggi hai incontrato me, decisamente sfortunata."
Uno sparo, un sibilo fende l’aria, un proiettile si conficca nella spalla di Sam.
"Un sedativo mia cara, tranquilla, quando ti risveglierai ti spigheremo tutto."
Poi il buio avvolge le strade ed i vicoli, facendo scomparire tutto. E’ stata catturata.
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Zona Residenziale, Ore 21:49.
"Ti ho preso finalmente!!!"
Ayame passa rapidamente sull’uomo catturato, uno psicopatico diventato famoso per aver rapito cinque bambine e averle massacrate a sangue freddo. Ha deciso di cercarlo da sola, non ci è voluto molto, era un umano dopotutto.
"Sembra che io abbia fatto centro."
"Il mio solo augurio è che lo faccia anche Mark."
Un altro sparo, un proiettile direttamente alla nuca. Ayame ritorna alla sua forma consueta, quindi cade al suolo. Catturata.
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Magazzino BMT, Ore 21:50
"Un altro giorno, un altro dollaro."
"Concordo Ian, ma è una sciocchezza, il nostro stipendio non mi fa pagare nemmeno gli alimenti alla mia ex-moglie."
"Bè, cosa vuoi fare? Licenziarti?"
Ian guarda le armi sequestrate, dando spalle al suo collega, sono due operativi davvero abili, lui in particolare.
"No di certo, ma dovrò fare altro per guadagnarmi da vivere".
"Tipo?"
"Che so un taser da 400 volt in piena schiena ad un collega?"
"Che cos…?"
Una scossa investe il corpo e tutti i chip dell’uomo, mandando nervi e innesti completamente al diavolo. Gli occhi si chiudono, solo una voce in lontananza, e il freddo delle manette ai polsi.
Quattro persone catturate in poco meno di quattro minuti, il perché resta un mistero.
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La luce si accende, quattro figure vengono illuminate, una è troppo indietro per essere visibile. Le quattro figure sono dentro delle strane bare, bare verticali d’acciaio. Tutti tentano di liberarsi, di usare i loro poteri, tutti falliscono. La figura nell’ombra ride, guardando tutti come un lupo guarderebbe un agnello appena catturato.
"Adamska, Sam, Ayame e Ian… trovarvi è difficile, ma catturarvi non lo è affatto."
"Liberami e ti faccio un applauso."
Nel mentre lo dice, Adamska viene colpito da una violenta scossa, da fuori non traspare nulla, a parte il dolore, eppure internamente il russo è stato colpito da una violentissima scossa, tant’è che chiude gli occhi, denti stretti.
"Nel vostro corpo, all’altezza del cuore, ci sono dei microchip che contengono dell’esplosivo dal basso potenziale. Fate qualsiasi sciocchezza e morirete sul colpo, tutti quanti. Le bare annullano i vostri poteri, e mi consentono di farvi moderare i toni…"
"Che cosa vuoi?"
Sam adesso guarda l’uomo, senza neppure provare ad usare nessun potere, conscio di quanto avvenuto ad Adamska.
"E’ vero? Dei chip nel cuore?", Pensava Ayame. O era solo un bluff?
"Cosa voglio io? Semplice, voglio le vostre potenzialità combinate."
"E non potevi chiederlo?"
Un’altra scossa, stavolta ad Ian, dopodiché tutti tacquero, probabilmente quelle scosse fanno male.
"Adamska Shalkaya, un chip da combattimento e addestramento militare, Ian Baldwin, una vista ultraterrena e la possibilità di divenire chiunque tu voglia, Ayame Kojima, stesso potere, studente della YMS coi fiocchi e infine Sam Creed, la leggendaria terrorista con poteri al di là di ogni previsione. A cosa possono servirmi tutte queste abilità? Ad alcuni di voi farà persino piacere, ad altri no… Vado al dunque, i miei interessi sono molti, e richiedono uomini qualificati, per alcuni di voi è lo standard, per altri è un’esperienza nuova. Ebbene, dovete uccidere qualcuno."
"Chi di voi conosce il presidente Gates?"
L’uomo ride, Sam, Adamska e Ian tacciono, Ayame scoppia in lacrime.
venerdì 21 agosto 2009
What If: Autonomy, di Yves (3a parte).
“Buonasera Mr. Dioscuri”
Una voce elettrica esce dagli speaker del computer dell’ufficio Dioscuri al 48° piano del BMT Building.
“Si consiglia di chiudere e salvare tutti i file, autonomia residua: tre minuti”
I generatori dei singoli uffici iniziano a scaricarsi, giusto il tempo per chiudere tutto e non perdere dati da milioni di dollari.
Il manager, svegliatosi seminudo nel suo ufficio, cerca in modo febbrile qualcosa nel suo computer. Le dita battono nevrotiche sulla tastiera aprendo dei file sulla tensione elettrica della struttura.
“Marika… dove diavolo sei finita?”
Ne ha perso le tracce da quando risvegliatosi nella cabina che succhiava energia elettrica da lui, ha mosso grazie al suo potere alcuni cavi, ma invece di spegnere il generatore, deve avere aperto un canale elettrico che ha sfruttato il potere di teletrasporto di Marika e li ha liberati… almeno questa è l’idea che si è fatto sull’accaduto.
Solo che lui conosce alla perfezione il BMT Building e si è divincolato in qualche modo fino al suo ufficio… ma Marika?
“Cazzo!”
Impreca quando il computer si spegne definitivamente non dandogli la possibilità di scoprire qualcosa di più utile.
Si ritrova seduto sulla sua poltrona in pelle, dietro di lui la vetrata mostra la notte che terrorizza la ormai nera New York.
Apre il cassetto, ne tira fuori una scatola di sigari. Dentro di essa la beretta che ha dovuto imparare ad usare per poter lavorare alla BMT.
***
“Se ne sono andati… smettila di guardarti allo specchio e andiamo!”
“Ok ok…”
Marika e Blast nello stesso corpo escono dal bagno, i movimenti coordinati alla perfezione nascondono gli enormi dissidi in corso nella mente della nuova creatura.
“Vuoi deciderti a dirmi dove siamo o no?”
“Ok, se mi prometti di lasciare stare il terrorismo, di iscriverti alla Young Mutant’s School e diventare la mia compagne di stanza. Ti presento un mio amico che mi fa la corte, ma visto che sono impegnata gli devo dire sempre di no… è molto carino sai, credo potresti piacergli… bhè basta che non lo fai arrabbiare sennò diventa verd…”
“Che palle che sei! DIMMI DOVE SIAMO!”
La ragazza cade sul pavimento gelido del piano. Con difficoltà si rialza e il solito braccio destro sistema i capelli.
“SHHHH… ci sentono! Siamo al BMT Building...”
“Come fanno a sentirci se neanche parliamo! Sei sicura che questo è il BMT Building?”
“Ci bazzico ogni tanto…”
“Urge parlare con la Vellerande… e per parlare intendo fargliela pagare”
La ragazza si avvia per le scale di servizio.
“Che c’è, Marika?”
“Non ho detto nulla”
“Sì, ma sento che hai la voglia di dire qualcosa… se mi nascondi qualcos’altro giuro che…”
“No… è solo che… pensavo… saremo Shaka contro Sa-ka… il mix dei nostri due nomi!”
“…”
***
In un bar non troppo lontano dal grattacielo della BMT Dante e Joke si divertono ad importunare le ragazze brille e spaventate dalla mancanza di luce. Il cellulare di Dante prende a vibrare.
“Chi è che rompe le palle?”
Dante, mezzo ubriaco e su di giri legge velocemente il messaggio… lo rilegge per verificare se ha letto bene…
“Joke? JOKE!!! Lascia in pace quella lì e rivestiti!”
(Continua…)